Negli ultimi anni il cibo è uscito dall’angolo “soft” delle politiche sociali per entrare a pieno titolo nell’agenda della sicurezza globale. Guerre, sanzioni, interruzioni logistiche, cambiamento climatico e cyber‑attacchi hanno mostrato quanto rapidamente un problema di approvvigionamento alimentare possa trasformarsi in inflazione, tensione sociale, instabilità politica. In questo contesto, per un Paese come l’Italia ragionare di “sicurezza alimentare nazionale” non è più un esercizio accademico, ma una necessità strategica.
Questa strategia nasce e viene finanziata come scelta autonoma della Repubblica italiana, senza dipendere da contributi esterni: è un investimento deliberato sulla nostra sicurezza nazionale e sul lavoro dei nostri agricoltori
Articolo derivato da alcune conversazioni con l'IA Perplexity
L’Italia è una potenza agro‑alimentare di trasformazione ed export, ma rimane strutturalmente dipendente dall’estero per diversi input critici: cereali da mangime, proteine vegetali, fertilizzanti, energia, alcune materie prime oleaginose. Una parte rilevante di queste importazioni proviene da aree geopoliticamente instabili o concentrate su poche rotte: basta un blocco temporaneo, un attacco a infrastrutture portuali o un’ondata speculativa sui mercati delle materie prime per scaricare a valle aumenti di prezzo e carenze. Il rischio non è solo economico: se l’accesso al cibo diventa incerto o troppo costoso, la tenuta sociale e politica entrano in gioco.
Chi ha già fatto il salto: dal food policy al food power
Alcuni attori internazionali hanno già esplicitato il nesso fra sicurezza alimentare e sicurezza nazionale. La Cina, ad esempio, ha adottato una legge organica sulla sicurezza alimentare che punta all’autosufficienza nei cereali di base, con obblighi stringenti per proteggere terre agricole, sementi e capacità produttiva interna.
Nei Paesi occidentali, in particolare negli Stati Uniti, la connessione viene sempre più spesso richiamata nei documenti strategici: la tutela delle filiere agricole e zootecniche è presentata come condizione per la stabilità economica e la sicurezza della nazione.
Parallelamente, il cibo è diventato una leva geopolitica esplicita: dal grano usato come strumento di pressione su Paesi importatori, alle restrizioni improvvise all’export di materie prime da parte di grandi produttori per difendere il mercato interno. Chi controlla flussi, prezzi e logistica degli alimenti di base acquisisce un potere di condizionamento che somiglia sempre più a quello esercitato sull’energia. L’Italia si trova in una posizione ibrida: grande trasformatore ed esportatore di prodotti ad alto valore aggiunto, ma al tempo stesso vulnerabile sulle materie prime.
L’Italia tra eccellenza e vulnerabilità
La narrazione nazionale sull’agro‑alimentare ruota spesso intorno a qualità, tipicità, export, made in Italy. È una dimensione reale e importante: l’industria del cibo è uno dei motori dell’economia italiana, un pilastro dell’occupazione e della bilancia commerciale. Tuttavia, questa narrazione tende a oscurare l’altra faccia della medaglia: quella della dipendenza da fornitori esteri per componenti che non hanno appeal mediatico, ma sono vitali per tenere in piedi il sistema.
Le politiche italiane hanno già introdotto strumenti per rafforzare la solidità dell’agri‑food: piani strategici, misure per la gestione del rischio climatico, incentivi alle filiere corte, iniziative contro lo spreco alimentare.
L’investimento iniziale può essere coperto attraverso una combinazione di risorse nazionali già esistenti: riallocazione selettiva di capitoli di spesa agricola e ambientale, strumenti di garanzia pubblica, fondi rotativi gestiti da Cassa Depositi e Prestiti e incentivi fiscali mirati per gli investimenti privati nella filiera
Sui tavoli ONU, G7 e UE, l’Italia è attiva nel promuovere la sicurezza alimentare globale, specie verso Africa e Mediterraneo, e lega esplicitamente cibo e stabilità in chiave di cooperazione.
Ciò che forse ancora manca è il passaggio politico‑concettuale che alcuni partner hanno già compiuto: trattare la filiera alimentare non solo come settore economico d’eccellenza o dossier umanitario, ma come componente esplicita e strategica della sicurezza nazionale.
Che cosa significa “nazionalizzare” la sicurezza alimentare
Parlare di sicurezza alimentare nazionale non vuol dire chiudersi all’autarchia o rinnegare il mercato globale. Significa piuttosto dotarsi di una bussola strategica che orienti politiche agricole, industriali, commerciali, energetiche e di cooperazione verso un obiettivo comune: garantire alla popolazione e al sistema produttivo un accesso stabile e sostenibile al cibo, anche in condizioni avverse.
Questo implica almeno quattro scelte politiche chiare:
Riconoscere la filiera agro‑alimentare come infrastruttura critica: dai campi ai porti, dai centri di stoccaggio alle piattaforme logistiche e digitali, fino alla grande distribuzione.
Identificare e ridurre le dipendenze più rischiose: non ha senso inseguire un’improbabile autosufficienza totale, ma individuare i nodi dove un’interruzione può provocare danni sistemici (ad esempio alcune materie prime, i mangimi, i fertilizzanti) e agire su quelli.
Pianificare scorte e ridondanze: definire cosa rientra nel paniere “strategico”, per quanto tempo il Paese deve potersi reggere in condizioni di shock e quali meccanismi pubblico‑privati possono garantire scorte e capacità di riallocazione rapida.
Integrare la dimensione sociale: sicurezza alimentare non è solo disponibilità fisica, ma anche accessibilità economica; in un Paese con divari di reddito crescenti, è parte integrante della coesione nazionale.
Una proposta per l’Italia: verso una Strategia nazionale per la sicurezza alimentare
Alla luce di queste considerazioni, appare maturo il tempo per dotare l’Italia di una Strategia nazionale per la sicurezza alimentare e la forza delle filiere agro‑alimentari. Non si tratterebbe di aggiungere un documento in più, ma di riallineare strumenti già esistenti dentro un quadro coerente, coordinato a livello di Presidenza del Consiglio.
Una tale strategia potrebbe poggiare su alcuni pilastri:
Filiera come infrastruttura critica: inserimento formale dell’agro‑alimentare negli atti che disciplinano la protezione delle infrastrutture critiche, con piani di continuità operativa e protocolli condivisi tra ministeri e operatori.
Azione produttiva mirata: non “più produzione ovunque”, ma investimenti selettivi laddove l’aumento di capacità interna riduce un rischio strategico (segmenti di cereali, proteine vegetali, allevamenti chiave, sementi).
Diversificazione estera intelligente: accordi di lungo periodo con partner affidabili, diversificazione geografica e delle rotte, strumenti finanziari per stabilizzare i flussi.
Scorte e logistica del XXI secolo: combinare riserve fisiche con infrastrutture logistiche e sistemi informativi che permettano di sapere in tempo reale cosa c’è, dove, e come può essere ridistribuito.
Dati e cyber‑sicurezza: proteggere i nodi digitali che governano ordini, trasporti, pagamenti, tracciabilità, perché un attacco informatico ben mirato può bloccare il cibo tanto quanto un porto chiuso.
Dimensione sociale e ambientale: agganciare il tema alla tutela delle fasce vulnerabili e alla sostenibilità, sapendo che un sistema alimentare resiliente deve essere anche equo e compatibile con i limiti ecologici.
Un’occasione politica e culturale
Trattare la sicurezza alimentare come parte integrante della sicurezza nazionale non significa militarizzare il cibo, ma riconoscere la sua centralità per l’economia, la coesione sociale e la stessa credibilità internazionale del Paese. Per l’Italia, Paese che ha costruito una parte importante della sua immagine nel mondo intorno al cibo, sarebbe un passo quasi naturale: passare dalla celebrazione dell’eccellenza alla costruzione di una organizzazione alimentare nazionale.
Negli ultimi quindici anni alcuni Paesi hanno usato lo strumento del cosiddetto land grabbing: Stati del Golfo, Cina, India, Corea del Sud, ma anche fondi europei e statunitensi hanno acquisito o preso in leasing per 25 fino a 99 anni vaste superfici agricole in Africa, America Latina e Asia, mentre molti Paesi ospitanti – dall’Etiopia alla Liberia, dalla Repubblica Democratica del Congo al Madagascar – hanno di fatto ceduto per generazioni il controllo su terra e acqua.
Il nostro scopo non è certo quello dell’accaparramento dei terreni di altri Paesi. Quanto sopra è riportato solo per sottolineare l’importanza che in tutto il mondo sta da vari anni assumendo la questione alimentare a 360°.
In un’epoca in cui energia, dati e tecnologie sono già entrati nel lessico della sicurezza, lasciare il cibo fuori da questo perimetro significherebbe continuare a pensarci vulnerabili proprio dove ci sentiamo più forti.
Mentre discutiamo di sovranità alimentare e di lotta al cambiamento climatico, continuiamo a utilizzare ogni anno decine di chilometri quadrati di suolo agricolo sotto cemento e asfalto: secondo ISPRA il consumo di suolo in Italia avanza ancora a un ritmo di circa 20 ettari al giorno, con oltre il 10% del suolo utile ormai impermeabilizzato, riducendo la nostra capacità produttiva, aumentando il rischio idrogeologico e amplificando gli effetti del riscaldamento globale che a parole diciamo di voler combattere. Dobbiamo invertire questa strategia, queste azioni che vanno contro aspetti chiave della Sicurezza Nazionale.
Una Strategia nazionale per la sicurezza alimentare non risolverebbe tutti i problemi, ma offrirebbe al Paese un quadro per decidere, negoziare, investire e cooperare sapendo che, alla fine, la stabilità di una nazione passa necessariamente anche dal piatto dei suoi cittadini.
Il momento di dare il benvenuto all’agro-alimentare tra i pilastri della Sicurezza Nazionale è arrivato. E’ ora.






