Cari Amici de LoScrittoio.it,
iniziamo il 2008 introducendo un nuovo Autore per la nostra Rivista:
Claudio Pizzuto.
Claudio non si occupa di ricerca scientifica o, almeno, non nei
campi che spesso sono trattati da LoScrittoio.it.
I più attenti lettori sanno però che non di rado
abbiamo dato spazio a riflessioni di ordine diverso, dalle poesie,
ai saggi di carattere sociale, politico e antropologico, il tutto
allo scopo, basilare fin della nascita della nostra Rivista, di
contribuire a offrire uno spunto dissimile da quanto altri già
propongono, nel tentativo orgoglioso e non certo usuale di provare
a proporre un punto di vista diverso, una prospettiva in più
per approcciare la realtà che ci circonda, addirittura
sperando che queste nostre riflessioni possano in qualche modo
offrire il destro ad una diversa visione, un modo non prima preso
in esame di analizzare quanto accade e come questo viene usualmente
presentato.
Per raggiungere questo scopo la scienza tecnica può
non essere lo strumento unico, anzi potrebbe non essere lo strumento
principe in quanto la politica, la riflessione sulla socialità
in genere e l'introspezione, potrebbero essere mezzi altrettanto
necessari per meglio addentrarci nell'oggi formato da tante persone,
ognuna con un proprio patrimonio soggettivo che sarebbe opportuno
non venisse banalmente annacquato per sentirsi parte della cosiddetta
(e sempre più ricordata, anche a sproposito) normalità.
Come se quando non sappiamo come definire o come sostenere le
nostre idee, ci rifugiassimo in quel flusso un po' pigro, apatico
e apparentemente sicuro detto per l'appunto normalità,
ovvero quello che la maggioranza pensa sia giusto fare o che tale
viene fatto percepire alla maggioranza di noi. E che pensiamo
ci metta al riparo da critiche che temiamo di non saper sostenere.
Sarà cosa giusta?
Claudio Pizzuto ci offre un suo racconto come primo contributo
e, come già altri collaboratori e amici de LoScrittoio.it,
inizia la sua avvventura proponendoci una sua originale presentazione.
Vi prego di leggere con attenzione le sue righe e, se volete,
fateci sapere cosa ne pensate.
Buona lettura.
LoScrittoio.it
Avevano ragione. Mi dissero che avrei fatto tanta strada. Così
è da alcuni anni. Così saràalmeno fino a
quando andrò in pensione, quando mi faranno scendere dal
mio autobus che guido tutti i giorni.
Sono nato nell'anno della scoperta della luna e la mia testa è
rimasta lassù, collegata a me via etere GRHZHRG.ZUT.RIGH
con ovvie interferenze.
Giro il volante come una manopola: con il pollice e l'indice,
e il gomito sollevato, non per centrare l'imboccatura della strada,
ma per cercare la frequenza giusta che mi interconnetta il cervello
almeno con l'asteroide più vicino alla luna.
Non a caso mi sono diplomato alle scuole serali per veder la mia
testa giocar con le stelle (e poi perché i professori,
al buio della sera, vedono meno gli errori dei compiti).
Quelle volte che riesco a connettermi con la mia fantasia, scarico
storie e racconti per i miei due bambini.
Claudio Pizzuto
Autore: Claudio Pizzuto
Poi la fine. Era il giorno del suo ultimo canto. Preparò
ogni "strumento" come mai ebbe fatto. Registrò
ogni corda, ogni tirante in modo che il suono uscisse perfetto,
pulito, senza vibrazioni.
Quella musica, la sua musica, non aspettava altro che essere suonata,
resa viva.
Solo lui poteva liberarla.
All'improvviso, avviandosi a salire sul palco a ruote, si arrestò,
chiuse gli occhi, inspirò profondamente come per concentrarsi
e trattenendo il respiro, mentre l'aria si preparava ad uscire,
si accorse che le guance gli si erano riempite, gonfiate come
per suonare la sua Betsy.
Un flash. Non esitò. La estrasse dalla sua custodia che
portava sempre con sé, nascosta dentro la borsetta tipicamente
da autista.
Afferrò quell'ottone sicuro di quello che doveva fare.
Con un fil di ferro e un manicotto staccato da un estintore, la
collocò al tubo di scappamento del suo bus, dritta e contromarcia.
Mancava solo lei. Ora tutto era pronto.
Alla prima sgassata riconobbe il suo timbro. Una nota sola. Mancava
solo quella.
Le altre note le aveva già trovate ricavandole dalle portiere
(tre), dallo sterzo, dal pedale del freno e dal tergicristallo.
Faceva l'autista ma non era nato per quello. Lo faceva per
vivere. Anche prima di costruire quei marchingegni sonori e pensava
solo a guidare, non guidava bene.
Anzi a dire il vero anche "malino". Ma chi avrebbe avuto
il coraggio di dirglielo?
Il suono della sua tromba, la Betsy, non lo poteva mantenere,
anche se, l'emozione per gli applausi la sera nei locali jazz
E allora non restava altro che fare l'autista. Controvoglia, ma
autista. E che autista!
"Per fortuna le note sono poche" dicevano ogni sera
i suoi "costretti" passeggeri. Erano sempre i soliti.
La corriera li portava la mattina al lavoro e poi il ritorno con
lui. O lui o a piedi. Quindi prima di fare 30 km su e giù
per quelle valli
Si erano "quasi abituati" a quella guida "musicale".
Più che un autobus era un'orchestra viaggiante. Per lui
era una seconda casa perché ci passava metà della
sua giornata. Non un dito di polvere. I vetri sempre puliti. Sulla
portiera per la salita c'era perfino lo zerbino con scritto "Benvenuti".
Si ingegnava per rendere più vivo tutto quello con cui
aveva a che fare. Odiava le ripetizioni e le cose uguali. Per
questo con un po' di fantasia pensò di dare un tocco di
vita al suo bus.
Cominciò dalle portiere. Le trasformò. Non erano
più porte normali quelle.
Non erano più, di quelle che si aprono e si chiudono e
niente più. Dalla pulsantiera con i tre bottoncini rossi,
le comandava in modo che ogni volta che si aprivano uscisse un
accordo. Proprio come la sua tromba.
Anche di inverno si aprivano e si chiudevano. A ritmo. Ovviamente.
Ogni tanto steccava : qualcuno restava compresso nella portiera
che, dopo la prima sfuriata, mentre gli altri osservavano in che
modo avrebbe reagito, capiva che l'importante era tornare a casa
e che non valeva la pena di questionare con l'autista.
Si abituavano tutti. Anche al freddo d'inverno fra le montagne
innevate. Apri e chiudi. Apri e chiudiFA-SOL-SI
Chi aveva il coraggio di rimanere a bordo, restava fra lo sconcertato
e il meravigliato, (qualcuno si prendeva anche il raffreddore)
poi, percepiva qualcosa di fantastico che lo tratteneva fino ai
primi sentori di nausea, un po' per le curve e un po' per quel
colpo che dava sul freno per dare il ritmo. Ad ogni pressione
del pedale infatti, un tirante sbatteva i piatti di una batteria.
Non era una frenata. Era una zeppata! Ma suonavacome a lui piaceva.
Gli volevano bene tutti.
Qualcuno delicatamente, gli suggerì di usare il clacson
dato che amava tanto la musicama lui si voltava con gli occhi
sgranati e minacciosi rispondendo con voce stizzita: banale!
E ricominciava la sua musica. Ora il freno (zum), le portiere
(zam zam), poi il tergicristallo al suono delle maracas (tric
trac) ma più di tutti lo sterzo, legato a corde di violino
(iie iia) . Ad ogni angolo di sterzata corrispondeva una nota
di violino.
Ogni viaggio un concerto. Lungo le strade la gente si affollava
per ascoltarlo e ridere dei passeggeri strapazzati. Così
per mesi e mesi. Di valle in valle la vera novella si diffuse
fino a giungere all'orecchio del Prefetto.
Quel giorno, terminato l'ultimo tornante che lo avrebbe introdotto
nel borgo dopo un rettilineo, si trovò di fronte la Polizia
pronta a bloccarlo per ritirargli la patente. Dietro loro, tutto
il paese triste e arreso. Se lo aspettavano. Era inevitabile,
una situazione insostenibile, non più tollerabile.
Quel giorno nessuno salì a bordo. Effettuò regolarmente
la corsa. Andata e ritorno. Si immaginò che sarebbe successo
qualcosa d'importante e quando vide tutta quella gente in mezzo
alla strada, capì che erano venuti per lui ma non per sentirlo
suonare.
Le mani ferme sul volante dritto, chiuse gli occhi, inchinò
la testa e con garbo sollevò la mano destra ondeggiandola
per ringraziare il "suo pubblico".
Con forza decisa sterzò a destra, lanciandosi nel vuoto
della vallata rompendo il sottile muretto di protezione. Il volante
cantò al suono del violino.
Prima che gli alberi crescessero così tanto, si intravedeva
la carcassa della corriera, precipitata là in fondo in
quella gola.
L'autista non fu più ritrovato.
Eppure qualcuno giura di aver udito ancora quel suono.